Uno sguardo nuovo

La Quaresima, dal latino quadragesima dies, quarantesimo giorno, è uno dei tempi forti dell’anno liturgico della Chiesa. Ricorda i quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto e precede la celebrazione della Pasqua.

Il deserto è il luogo dell’assenza, della privazione, della tentazione.

Nella seconda domenica di Quaresima, ecco un’oasi: “Maestro, è bello per noi essere qui” (Lc 9,33). Così diceva Pietro, portato da Gesù sul monte a pregare con Giacomo e Giovanni, dopo che, circa otto giorni prima, aveva richiamato Gesù dal parlare di passione e morte: “Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai” (Mt 16,22). Lo sguardo vecchio.

Succede che alcuni fatti della vita siano inaccettabili e interpretarli attraverso i nostri luoghi comuni ci scoraggi e allora scappiamo dalla vita, anche se inutile.

Occorre cambiare lo sguardo, trasfigurarlo, guardare le cose da un’altra prospettiva. Scopriamo, così, qualcosa di bello che stava lì davanti a noi. È ciò che succede a Pietro che comprende finalmente, chi è Gesù, trasfigurato. Lo sguardo nuovo.

Venerdì 15 marzo, si è tenuta in tutte le piazze del mondo una grande mobilitazione sull’ambiente. Spinti dall’appello di Greta Thumberg, migliaia di ragazzi sono scesi in piazza per alzare la voce contro una generazione che sta consegnando loro un Pianeta malato.

L’uomo grazie allo sfruttamento delle risorse naturali è diventato un agente geologico in grado di influire sull’equilibrio della terra, influenza e scatena fenomeni naturali.

Siamo entrati in una nuova era, l’Antropocene.

In altre parole, qualsiasi siano le nostre scelte socio-economiche e tecnologiche, o diritti che decidiamo di celebrare come nostra libertà, non ci possiamo permettere di destabilizzare condizioni (come la zona di temperatura in cui il pianeta esiste) che funzionano come parametri limite dell’esistenza umana. Questi parametri sono indipendenti da capitalismo o socialismo. Sono rimasti stabili per ben più a lungo delle storie di queste istituzioni e hanno permesso agli esseri umani di diventare la specie dominante sulla terra. Sfortunatamente, ora siamo diventati noi stessi un agente geologico che turba queste condizioni di cui abbiamo bisogno per la nostra stessa esistenza.

L’uomo è instabile e rende instabile tutto l’universo. Il problema allora è nell’uomo. Non ci sono più dei concetti universalmente concordati. Siamo interpellati a ripensare tutto da capo con un pensiero nuovo. È una crisi antropologica.

Nei primi capitoli di Genesi c’è una meravigliosa certezza: siamo stati concepiti molto bene, come espressione d’amore e chiamati a vivere in piena armonia con Dio, con il prossimo e con la terra.

Il peccato dell’uomo ha rotto questa armonia. Lo sguardo vecchio.

Non si parte quindi dal peccato originale verso una redenzione, ma dal grande potenziale di bene che è presente in ogni creatura per attivarlo e renderlo capace di liberarci dal male che ci imprigiona.

Al di là delle mobilitazioni occorre uno sguardo nuovo.

Abitiamo su un pianeta finito e non possiamo pensare a un progresso infinito fatto di oggetti materiali.

Non occorre pensare a cose straordinarie, puntando ai macrosistemi socioeconomici perché porterebbe a inutili frustrazioni, ma partire dalla nostra vita quotidiana, da quando suona la sveglia a quando ci addormentiamo per modificare le nostre abitudini sbagliate con Dio, con il prossimo e con la Terra. È questa la rivoluzione che darà frutti, ma inizia da un cambio di sguardo su di noi e sul mondo: una trasfigurazione.

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