Un tempo per…condividere Mt. 9,14-15

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».

Mt. 9,14-15

Il nostro rapporto con il cibo (e con altre vicende corporee) è filtrato da una domanda, che pone la nostra vita nell’orizzonte di un senso: perché mangiamo? perché certi alimenti e non altri? Così nella prima lettura di oggi risuona la domanda perché digiunare?” (Is 58). Come il cibarsi, anche il digiuno – forzato o scelto – riguarda la verità del rapporto con il nostro corpo, con quello degli altri e con la terra da cui tutti sono tratti.

Come ogni domanda però anche quella spirituale, in cerca di un senso, rischia di essere pervertita: “perché i tuoi non digiunano?” Saranno stati in buona fede i discepoli di Giovanni Battista, lui stesso li avrà inviati per capire che cosa di più e di meglio si possa cercare, nel digiuno; ma intanto una mentalità si è fatta strada, “noi e i farisei, i tuoi…”: l’appartenenza come elemento di distinzione può creare crepe, dalle quali il giudizio squalificante è poi sempre pronto a scivolare fuori (accadrà anche alla chiesa di Paolo a Corinto!). Le pratiche religiose possono diventare divisive e concorrenziali, anziché liberarci dalla superbia di un io che misconosce chi gli è prossimo quale risposta al suo bisogno.

L’occasione dà modo a Gesù di illuminare lo stile del digiuno e del cibarsi: non la rigida codificazione di un gesto, bensì un senso di condivisione, di una perdita o della festa, “un tempo per ridere e un tempo per piangere… bella ogni cosa nel suo tempo” (Qo 3,11).

L’ebbrezza festosa non sembra tanto essere quella della sposa, di cui non si parla, ma dei fratelli e amici dello sposo: festa particolare, quella degli invitati a nozze, perché congedano dal loro mondo colui che se ne sta andando in dono a un’altra casa, per un’altra vita. È la festa di un addio che va a riempire un’altra promessa; è il dono, l’autentico senso della festa che giustifica perfino l’eccesso e lo spreco.

Si profila invece, la figura triste della sposa, nel tempo previsto del lutto: è a lei che lo sposo sarà tolto e allora il digiuno sarà lo stile richiesto dalla condivisione di una mancanza, un fraterno farsi vicini nella perdita. Non solo il popolo-sposa che sta per perdere Gesù, ma ogni vedova della storia avrà bisogno di una compagnia digiunante di consolazione, nel tempo della privazione.

Capiterà anche a loro, ai discepoli di Giovanni Battista, di vedersi presto sottratto, come lo sposo, il maestro giustiziato da Erode, e quando Gesù lo saprà salirà in barca e raggiungerà il deserto per stare solo (Mt 14,13-14): sarà la sua condivisione di un dolore, oltre le appartenenze. La folla però non lo mollerà, e quella stessa sera (Mt 14,15-21) il senso di un incontro fatto di tanta fame saranno i pani e pesci di una nuova, miracolosa convivialità, alla quale Gesù non imporrà il suo digiuno del lutto. Solo nel farci prossimi all’altro possiamo discernere misura e qualità della condivisione.

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