Mangiare per vivere. In eterno Gv 6,52-59

In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.

Giovanni non racconta, dell’ultima cena, lo spezzare il pane e bere il vino: si sofferma sulla lavanda dei piedi, gesto così potente nell’eloquenza, da illuminare altrettanto bene che cosa sia il donarsi per amore (o forse un modo per ricordare, a comunità che spezzavano il pane da decenni, il senso di un gesto a rischio di esser già caduto nell’abitudine?). Però rimedia, Giovanni, e lo fa dedicando un intero capitolo – il sesto – al pane che dà la vita. In questo passaggio, anzi, il riferimento all’eucaristia è forte: “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue…”.

Nei passi che leggiamo oggi insistono alcune parole: mangiare e vita, soprattutto. La forma è “chi mangia… vive”. L’ordine delle parole già ci ricorda un fatto elementare, ma non scontato: mangiare => vivere, si mangia per vivere, non si vive per mangiare. Non scontato nel nostro tempo dei consumi, in cui almeno in questa parte di mondo, e almeno una gran parte di noi, mangia (e in generale consuma) più del necessario. E spreca. Circa un quarto del cibo prodotto nel mondo viene gettato; compresa la carne di animali che hanno vissuto e a volte sofferto per questo. Non solo rischiamo di vivere per mangiare, di sentirci vivi quando consumiamo, ma l’eccesso dei consumi genera uno spreco degradante, per noi e per il mondo.

Il dono di Gesù rovescia la prospettiva: amare è farsi consumare. La carne, che indica non tanto il corpo agile e scolpito, ma la sua fragilità e caducità, diventa dono: la fragilità di un corpo di carne che si lascia inchiodare in croce pur di non imporsi con violenza, per fare in modo che l’altro, senza farsi male, scopra il valore della dedizione e della cura, al di sopra del potere e della sopraffazione. Nel sangue è donata la vita, che non finisce ma si riempie di significato quando è versata come vita per l’altro. Carne e sangue sono cibo e bevanda di vita eterna: non magicamente, non come i pasti cannibalici che si nutrono della forza della vittima, non come l’ossessione di trangugiare all’eccesso per paura di non essere; carne e sangue sono dono di una fragile vita, capace di amare in pienezza e così vincere ogni logica di morte. Mangiamo per vivere, e non solo per dare il giusto posto alle cose. Mangiamo per vivere una vita eterna: ci nutriamo di una qualità di esistenza che ci è donata per la condivisione.

Non accade in un tempo senza storia, in un luogo sopra i cieli: “Gesù disse queste cose a Cafarnao”. Lì dove alcuni dei suoi hanno mosso i primi passi, qui dove ciascuno di noi muove ogni giorno passi incerti, in cerca del pane “quotidiano”: necessario, sobrio, condiviso, conviviale, di vita piena. Il pane calpestato a Torre Maura, Roma, per protesta contro soluzioni abitative per l’integrazione di nomadi, ci ricorda quanto fragile sia la nostra carne, così anemica di vita quando si chiude nel suo egoismo e pone il necessario per l’altro sotto i piedi; e quanto abbiamo bisogno di lasciarceli lavare i piedi, per fare noi altrettanto.

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