La campagna elettorale all’ambone

Piccola shitstorm.

Nel tempo di quaresima cerco da anni di rendere più snello il mio tempo, sospendendo per qualche settimana l’uso di tutti i social e diminuendo il più possibile il tempo speso nel virtuale. Così mi è stata parzialmente risparmiata una piccola shitstorm (minima ma comunque non piacevole), che mi ha riguardato. Ne sono stato informato da amici o da contatti diretti. Diverse persone, infatti, hanno scritto commentando un post che avevo condiviso prima di disconnettermi. Poi tutto è rimbalzato sui giornali locali, fino ai siti dei tg nazionali e di commentatori vari.

Che cosa è successo?

Le 4 parrocchie di cui con due confratelli sono parroco appartengono al medesimo comune, di circa 6600 abitanti. Nei prossimi mesi ci sarà la campagna elettorale e poi le elezioni comunali. Nella precedente votazione non eravamo ancora qui. Con diversi parrocchiani in questi mesi abbiamo riflettuto sul rapporto tra fede e politica e, tra altre iniziative, abbiamo deciso di chiedere un atto di prudenza ai candidati. Si è chiesto a tutti, infatti, di sospendere i loro servizi durante la liturgia (in particolare lettori, ministri della comunione, collaboratori per la raccolta delle offerte), chiedendo di riprenderli alla fine della campagna elettorale, eletti o meno.

Ho dato pubblicità alla decisione tramite il bollettino parrocchiale e poi postando la notizia sulla bacheca di un gruppo chiuso, dedicato agli abitanti del comune, su Facebook. Poi ho disconnesso i social.

Apriti cielo

Dal mattino dopo, alcuni giornalisti locali hanno ripreso la notizia su mezzi di comunicazione cartacea e online. Contattato, ho dato il mio assenso alla pubblicazione, pensando che la cosa sarebbe finita così. Invece è iniziato il rimbalzo, fino a canali molto seguiti. Ed anche sul cellulare disconnesso dai social hanno cominciato ad arrivare vari messaggi e telefonate risentiti e polemici, fino a insulti e attacchi.

Perché?

La questione più sorprendente per i miei confratelli e per me è che il fastidio per la norma pare nascere da un punto frainteso o volutamente semplificato: “dite che politica è carità e poi censurate chi si impegna!”. Fermo restando il punto che ogni cristiano è cittadino e come tale non è cittadino adeguato se non si impegna al massimo ed attivamente per la cosa pubblica, per ciò che è meglio che faccia (vocazione!), qui la questione è confondere campagna elettorale con tempo ordinario di governo. Vero è che in un certo senso dalla polemica per il consenso oggi sembriamo non essere più in grado di uscire. Eppure il tempo delle votazioni conserva ancora qualcosa di diverso.

Quando proclami la Parola, chi deve emergere e chi quasi scomparire?

La questione ha più a che fare con la liturgia che con la politica. Non è tanto per il fatto che qualcuno potrebbe strumentalizzare la parrocchia a caccia di consensi. Il punto è rituale: quando un candidato – magari abituato a fare generosamente questo servizio prezioso – sale all’ambone e si mette al servizio della liturgia della Parola, a che cosa pensa l’assemblea? Che cosa celebra?

La liturgia cristiana è azione di corpi, di visi, di storie e biografie: la Parola di Dio non scende magicamente dal cielo, ma è stata accolta da persone antiche, poi mediata dalla tradizione orale, scritta e fissata, accolta dalle comunità, trasmessa e sistemata. Ed oggi è proclamata, letta in assemblea da uno dei fratelli che della comunità fa parte. Il suo viso, ciò che egli è per la comunità e per me contano e sono opportuni, ma appena iniziato il ministero essi delicatamente lasciano il posto al sacramento della Parola (“è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura ”SC 7). Quando un amministratore credente, fuori dalla campagna elettorale, legge o serve non c’è la stessa confusione, anche se la prudenza va sempre usata.

In un certo senso, amare la politica è anche custodirla.

Un po’ di polemica poi aiuta a pensare.

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