Il segno della Salvezza

Nel mondo cristiano, europeo, specialmente, la croce è onnipresente nelle chiese, sulle tombe, sui monumenti pubblici, in araldica e sulle bandiere nazionali. I cristiani vengono battezzati con il segno della croce, sono benedetti sai sacerdoti nello stesso modo E loro stessi si fanno il segno della croce, quando implorano l’aiuto divino quando ascoltano il Vangelo. I crociati medievali indossarono la croce sulle loro sopravvesti. La croce cristiana h  a innumerevoli varianti, ognuna con riferimento a una area geografica, una tradizione, una storia diversa.

All’inizio non fu così.

I segni di riconoscimento dei cristiani delle prime generazioni furono altri, specialmente legati al nome di Gesù. “Perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.” (Fil 2,10-11).

La preghiera, quella liturgica ad esempio, è sempre rivolta al Padre “per Cristo”, cioè nel suo nome. “In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena.” (Gv 16,23-24).

Il nome di Gesù diventa così esso stesso una preghiera. Nella metà dell’ ‘800 il testo ascetico “Racconti di un pellegrino russo” raccoglierà un’eredità antichissima, risalente ai padri dei primi secoli, proponendo il metodo della preghiera del cuore. Un’intima ripetizione del nome di Gesù, ritmica, quasi mantrica. La preghiera ridotta al suo nocciolo fondamentale, l’invocazione del nome di Cristo, ripetuta e ripetuta, divenne, nei primi secoli, anche segno.

È il caso dei ritrovamenti sui muri dei templi, tra le tessere dei mosaici, sulle lapidi e le incisioni tombali: ovunque, il cristiano antico scriveva il nome di Gesù. Da queste parole si passò presto al segno: è il caso del Chi Rho … il segno che sovrappone la Ki e la Rho, prime due lettere del nome di Cristo. Così come i due segni, spesso posti ai lati del volto di Gesù nelle icone, IC e XC, rispettivamente la prima e l’ultima lettera del nomi “Gesù” e “Cristo” in greco. Così l’Alfa e l’Omega greche, in obbedienza al libro dell’Apocalisse (vd Ap 1,8) indicano ancora il riferimento alla persona di Gesù.

Dal nome al segno grafico… è il caso dell’ ICTYS… abbreviazione della frase “Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore”, che, giocando sul suo significato corrente viene rappresentato con un pesce stilizzato.

Passando alla lingua Latina ricordiamo il Trigramma JHS, sigla di “Jesus Hominum Salvator” (Gesù salvatore degli uomini), erede di una abitudine greca di abbreviazioni per iniziali di brevi frasi (usanza molto diffusa nei saccelli funerari). Anche il titulus crucis, INRI, la condanna che Pilato fece appendere sulla croce di Gesù, è usato nelle rappresentazioni dei primi secoli.

Anche alcune immagini divennero segno di riferimento per richiamare la figura di Gesù e per orientare la preghiera. Ricordiamo le rappresentazioni del buon pastore, dove Gesù è rappresentato come un giovane con in spalla un agnello. Il riferimento è duplice: la parabola della pecora smarrita in Luca (cap. 15) e alla similitudine che Gesù stesso fa di sé al capitolo 10 del Vangelo di Giovanni. Questa rappresentazione è molto diffusa sia nelle piccole dimensioni (medaglie, piccole incisioni, iscrizioni su oggetti preparati per le sepolture) sia nelle dimensioni enormi: campeggia per esempio nell’abside di Sant’Apollinare i      n Classe o nelle lunette del sepolcro bizantino di Galla Placidia, sempre a Ravenna. Anche l’agnello stesso è l’immagine della figura di Gesù, dall’appellativo di Giovanni Battista, al capitolo primo del Vangelo di Giovanni.

Altre rappresentazioni prese dal mondo animale sono: il pellicano (poiché si credeva desse da mangiare le proprie viscere ai suoi piccoli), il pavone (dalla convinzione che la sua carne non si decomponesse, così passò ad essere simbolo di vita eterna), la fenice (l’uccello mitologico che rinasce dalle sue stesse ceneri), la colomba (spessissimo associata al dono dello Spirito Santo, proprio per le parole dell’evangelista Matteo a proposito del battesimo di Gesù al Giordano).

Sono state ritrovate numerose altre simbologie: la nave, che richiama il significato di Salvezza, oppure la palma, simbolo della gloria del martirio. Prima di rappresentare apertamente la croce, i cristiani usarono per lungo tempo l’ancora, simbolo della speranza, a cui il cristiano si aggrappa, sicuro di non essere in balia dei marosi. La sua forma è così simile a quella del patibolo di Gesù che si pensa fosse usata durante le persecuzioni (così come il simbolo greco del pesce) per segnare le case dove si celebrava l’eucarestia.

Un ulteriore segno, poco usato nel nord e nell’occidente cristiano, ma molto frequente nel mondo bizantino, è l’Etimasìa. Un trono vuoto di color porpora, riservata alla divinità, col drappo azzurro rappresentante l’umanità. Trono vuoto che attende il ritorno del re, seggio del giudizio e della presenza dell’Assente. Nelle chiese viene raffigurato in fondo, nel catino absidale, seggio da cui dipendono tutti i seggi di potere umano, temporale o spirituale. Intorno al trono i segni della passione: lancia, chiodi, corona di spine, dadi… e, finalmente la croce.

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Il segno della Salvezza

Ci volle l’intervento di Costantino imperatore, e la ricerca devota di Elena, sua madre, perché la croce si staccasse dall’insieme degli oggetti che facevano riferimento alla passione di Cristo e, così, diventasse, da sola o col Crocifisso, segno principale Cristianesimo.

La leggenda narra di un sogno precedente alla battaglia contro Massenzio, imperatore d’Occidente. Il condottiero cristiano (ma si sarebbe fatto battezzare soltanto dopo, in tarda età) avrebbe avuto una visione di una grande croce d’oro nel cielo, accompagnata dalle parole “in hoc signo vinces”. In questo segno vincerai. Costantino avrebbe dunque cambiato le insegne adottando il ChiRho o la Croce. La storia gli avrebbe dato ragione e il Cristianesimo, da quel momento in poi, fu libero dalle persecuzioni. Se questo fu un calcolo politico o fu per vera fede dell’Imperatore è ancora oggetto di discussioni. Facilmente, come tutte le grandi decisioni storiche, è frutto di molti fattori concomitanti. Ma… torniamo al simbolo della croce.

Per San Paolo il senso della croce è ancora molto chiaro: “scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani” (1Cor 1,23). Il segno ignobile della tortura inflitta dai romani al Figlio di Dio.

Era, questo un supplizio particolarmente crudele che i Romani usavano per alcune categorie, spesso le più povere, come monito per evitare altre delinquenze. La vittima poteva essere legata o inchiodata alla croce, con o senza una trave trasversale in diverse posizioni. Non è chiaro  se la crocifissione avesse sempre luogo prima o dopo la morte del soggetto. Sembra che i romani abbiano praticato una forma più costante di crocifissione: era preceduta da una flagellazione; le vittime spesso trasportavano la trave trasversale al luogo della crocifissione, dov’erano inchiodate o legate alla croce con le braccia distese, sollevate e forse erano seduti su un piccolo appoggio di legno. D’altra parte, come racconta Giuseppe Flavio, anche tra i romani il metodo di crocifissione era soggetto al capriccio dei capi militari. A volte non c’era il braccio orizzontale, e il condannato era appeso direttamente al tronco di un albero spogliato dei rami.

Il procedimento di crocifissione non danneggiava organi vitali, improbabile era anche l’emorragia. La morte, invece, era lenta e avveniva dopo delle ore per collasso o soffocamento per i muscoli esausti. Ai cittadini romani era risparmiata; era invece riservata solo a chi era di condizione  inferiore e in particolare, a criminali schiavi pericolosi e rivoltosi. In Giudea era efficace come deterrente contro la resistenza all’occupazione romana.

Il Cristiano guarda alla croce ben sapendo che cosa sta davanti a lui. Si tratta del rifiuto più ignobile della figura stessa di Gesù. Contemplando la croce, il credente ricorda che “Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.” (Gv 1,10-11). Appeso alla croce il Crocifisso accetta il diniego dell’uomo e il silenzio di Dio, che lascia la libertà ai suoi figli.

La Croce diventa quindi segno di una morte da attraversare per tutti: quella del rifiuto umano del messaggio centrale che Gesù è venuto a portare: il regno è vicino, cambiate vita, convertitevi e aprite il cuore alla verità che vi fa liberi (Cfr. Mt 4, Mc 1, Gv 8…).

Dal modo con cui Gesù muore, trasformando un fallimento umano in dono totale di sé, si riconosce il Figlio di Dio (vd Mc15,39). La croce era il supplizio riservato agli schiavi, a coloro che non appartenevano a se stessi, ma ad un altro. Abbracciarla significa fare la scelta di divenire servi degli altri e Gesù lo è divenuto, come si canta nel celebre inno della Lettera ai Filippesi: “Egli spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo; umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,7-8).

In Gesù, Dio ha mostrato di non appartenere a se stesso, ma di essere schiavo dell’uomo.

La croce è il segno dell’amore di Dio e del dono più totale di sé. Portarla dietro a Gesù vuol dire unirsi a lui nel rendersi disponibili agli altri, fino al martirio.

Sul segno della croce è stato poi sovrapposto il significato trinitario, perché la comunione intima di Dio non può essere disgiunta dal suo effetto storico. Il Cristiano che crede in questo Dio, che è Padre, Figlio e Spirito, è chiamato a testimoniarlo con la vita.

Il segno della croce diventa quindi un riconoscimento del proprio cammino: mi metto alla sequela di un uomo che ha donato tutto di sé, fino alla fine. Questo segno è anche, però, l’assunzione di un impegno, a diventare capaci a nostra volta di donare la nostra vita per i fratelli.

19 thoughts on “Il segno della Salvezza

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