I sentimenti non sono né buoni né cattivi.

DALLA ROTONDA DEI GILET GIALLI A SAN TOMMASO

Conferma singola di un dato maggioritario dei sondaggi, la settimana scorsa, un mite parroco del VI° arrondissement di Parigi mi confidava a colazione la sua simpatia per i Gilets jaunes. Fermato la sera a una rotonda, aveva perso l’appuntamento verso il quale guidava e lo riferiva il mattino dopo, senza fastidio. Dei concittadini protestano e limitano la tua libertà: il sentimento che il pacato presule provava era empatia per questa rabbia. Gli ultimi numeri di Internazionale e di Philosophie Magazine riflettono sul fenomeno transalpino e lo collegano all’ira impersonale che emerge.

Epifenomeno di un evento più ampio, i francesi con il catarifrangente scelgono la rotonda stradale come luogo di manifestazione, di epifania. Il rondpoint è l’evoluzione dell’incrocio delle vie: geniale modo di decongestionare il traffico, trascrive l’antico crocicchio (sinodo) in processione in cerchio. Qui non si blocca il movimento, che si regola quasi da sé. Eppure qui non ci si incontra neppure più, non ci si ferma. Coloro che non sanno come manifestare la loro frustrazione transustanziano i rondpoints in carrefours.

Il centro delle rotonde è uno spazio di contemplazione rapida, uno spazio pericoloso da raggiungere e da abbandonare. Folle che non si toccano più vedono e lentamente si fermano. In questo sito c’è l’epifania dell’ira. I gilet gialli non sono i poveri, sono il ceto medio che può vivere tutto sommato bene, ma non ha certezze, è arrabbiato con questo tempo. I poveri non parlano facilmente, non hanno spesso le parole.

Questi cittadini, verso i quali gli altri non provano fastidio ma quasi empatia, hanno parole (simboliche: i colori, i vestiti, i gesti, i luoghi) ma non rappresentanti veri. Mediare con loro è impossibile: una concessione accontenterebbe alcuni, non intercetterebbe tutto il vissuto emotivo. La loro frustrazione deve essere prima di tutto vista.

Gilet Gialli

La chiave mi sembra questa: l’ira. Anche chi è privo di gilet manifesta tensione adirata nel traffico, nei colloqui a scuola, nelle mediazioni. Siamo un tempo adirato.

Non mi spingerò al perché, ma ho apprezzato lo sforzo delle riviste citate di produrre una lettura filosofica dell’evento. Che cos’è l’ira, la rabbia? Svalutata da un intellettualismo persistente anche in spiritualità cristiana, l’ira è un mistero umano. L’alternativa all’ira non è la pacatezza: è piuttosto la triste depressione. Entrambe infatti sono prodotte da un dolore, da un male minaccioso. Davanti al male lo spirito umano si trova davanti a un bivio (eccolo!), da una parte la grigia, ferma e apparentemente disarmata tristezza, dall’altra l’ira. Questa a sua volta si può volgere in violenza, atto che toglie la dignità altrui e propria. Oppure in determinazione: appassionata decisione di non fermarsi di fronte al male.

I sentimenti non sono né buoni né cattivi. Sono veri. Persino la gelosia, il fastidio, l’odio, il disprezzo. Già san Tommaso, nella secunda secundae ragionava in merito con la solita sua finezza:

La passione dell’ira, come tutte le altre emozioni, serve a rendere l’uomo più pronto nell’eseguire ciò che detta la ragione. Altrimenti l’appetito sensitivo sarebbe inutile: mentre “la natura non fa niente di inutile

Somma teologica, II-II, 158, 8, ad 2

L’ira quindi sarebbe addirittura necessaria, fino ad essere male la sua mancanza. Essa diventa vizio invece quando non è regolata dalla tensione al bene.

Troppe volte abbiamo addomestica la passione dell’ira, quasi che l’educazione fosse piuttosto apatica. In realtà dalla tristezza educata o dall’ira non matura emergono i mali peggiori, come le trasgressioni deprimenti, le dipendenze, gli allontanamenti muti.

Al contrario, se a Dio stesso e a Gesù la scrittura attribuisce l’ira, questo è simbolo da tener prezioso, perché venga il bene. Come mi disse un anziano monaco: “Se Mosè fosse stato pacifico come noi vorremmo essere, il popolo sarebbe ancora schiavo”.

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